tangerineshade
"Are You a mod or a rocker? I'm a rod!"

Nobody Should Starve

Invece di una maratona di 42 km e 195 metri di corsa, una maratona televisiva di sei ore, armati di un paio di telecomandi, per seguire sul canale 109 di Sky un evento che si presta a molte interpretazioni e strumentalizzazioni ma che, per chi ama certa musica, riservava molteplici spunti di interesse. La giornata è splendida, e la voglia di stare all’interno davanti allo schermo è poca, perché il paesaggio da cartolina che riserva la punta del triangolo lariano è capace di rapire, in una giornata tersa dove la luce intensa permette di mettere a fuoco perfettamente gli innumerevoli piani che si stagliano sino alle alpi svizzere. Fortunatamente la taverna consente agevoli puntate in giardino, e quindi la costrizione pesa un po’ meno. Ci si schiera già prima delle 15:00, orario di inizio ufficiale, anche per prendere confidenza col multicanale che propone quattro palchi diversi: Londra e Roma fissi, poi a rotazione Berlino, Parigi e Philadelphia e quindi un canale World che funge da riassunto. E’ Roma la prima a muoversi, e l’esordio spetta alla Donna Cannone, una delle più belle canzoni italiane di sempre, e qualcuna si lascia già andare nell’accompagnare il testo, sempre emozionante. Ed ecco che all’orario convenuto Bob Geldof introduce ad Hyde Park gli U2 e Paul Mc Cartney che si producono in una versione piuttosto ruvida di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Bono e soci continuano da soli snocciolando Beautiful Day (con la chitarra di Edge in grande spolvero), quindi Vertigo (dell’ultimo album sarebbe stata più adatta Sometimes You Can’t Make It On Your Own) ed infine l’impareggiabile One. Una partenza lanciata, non c’è che dire: si ripassa a Roma dove Zucchero offre una cover di Everybody’s Got To Learn Sometimes molto appropriata per l’occasione (e rivalutata da Beck nella colonna sonora di Eternal Sunshine…) e un suo classico Overdose d’Amore che viene bruscamente interrotto per tornare a Londra dove i Coldplay hanno iniziato ad intonare In My Place; al termine Chris Martin invita sul palco Richard Ashcroft per Bittersweet Symphony, definendola la più bella canzone di sempre cantata dal più grande cantante di sempre; un iperbole in relazione alle qualità canore dell’ex leader dei The Verve, ma la canzone è effettivamente una di quelle che lascia il segno. Ashcroft è visibilmente emozionato nonostante gli occhialini neri, e la candida giacca bianca rende il suo volto ancora più pallido di quello che è in realtà, ma lo si può comprendere, l’idea di rivolgersi ad un audience di miliardi è una di quelle che fa tremare i polsi, anche se credo che possa anche rappresentare la massima soddisfazione per un artista. I Chris Martins (i Coldplay potrebbero tranquillamente chiamarsi così) chiudono con un pezzo dall’ultimo album X & Y: Fix You. Si stacca ancora sul Circo Massimo per l’angolo del revival eighties che qualche fan (in particolare di John Taylor) ancora fedele dimostra di gradire sempre: i Durans snocciolano Ordinary World, Save A Prayer e Wild Boys. Elton John verrebbe snobbato se non fosse che compare sul palco Pete Doherty per un duetto in The Bitch Is Back. Doherty, agghindato alla Libertine, è visibilmente strafatto e fatica a mantenersi in posizione eretta. Un bacio sulla bocca tra i due interpreti chiude l’esibizione di due personaggi che non pensavo avessero molto in comune. Bill Gates ci mette il faccione e forse cerca di spiegare che non basta cancellare i debiti se non si costruisce qualcosa che possa funzionare con le proprie forze, raccoglie più fischi che applausi, ma la popolarità di M$, si sa, non è alle stelle. Ancora musica con Dido e la sua White Flag, quindi Youssou N’Dour – l’unico interprete africano che si sia visto sui palchi principali -, intona con lei Be With You in versione etnica e non fa mancare il suo classico Seven Seconds. Pausa per sgranchirsi le gambe e ci si rifonda dentro quando si sentono suoni Stereophonics: le bandiere gallesi spiegate al vento per l’ultimo singolo Dakota, poi Maybe Tomorrow e Local Boy In The Photograph. Un salto a Berlino per i Green Day che urlano Paranoia, American Idiot e Holiday, ma i R.E.M. che salgono sul palco guidati da Stipe dipinto di blu in Hyde Park hanno sicuramente la priorità: Imitation Of Life, e poi Everybody Hurts che manda in visibilio i duecentomila sul prato e la perfetta Man On The Moon. Questo è uno dei passaggi più significativi dell’intera giornata.

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8 Risposte to “Nobody Should Starve”

  1. ma tu prendi appunti! non so se vale 😉

  2. No, non vale in effetti. 🙂
    L’idea era quella di farsi una playlist di Live Eight, e gli appunti ai concerti li ho visti prendere a Sedicinove a quello dei Gomez, per avere la scaletta esatta. Colui che a quello dei Kasabian ha fotografato la setlist originale per toglierci tutti i dubbi (sugli inediti)…

  3. Anch’io ho inserito i REM fra i momenti topici

  4. La partecipazione del pubblico durante il loro set è stata la più coinvolgente durante il pomeriggio. Loro avevano preso l’impegno davvero sul serio.

  5. ..non l’ho visto ma direi che hai sintetizzato il meglio… vabbé e poi io ho più che un debole per i rem… e il michael mascherato me lo sono gustato a roma!

    (eri davvero a torino al concerto dei rolling stones??? io ho ricordi un po’ confusi, ma sicuramente era il giorno dopo la finale perché si sono esibiti due giorni vero? …)
    ecco, questa cosa – la partecipazione a certi eventi – mi dà un senso di appartenenza, anche a distanza di tempo, che non so spiegare razionalmente, ma mi piace 🙂

  6. Sono totalmente d’accordo a riguardo del senso di appartenenza, e piace da morire anche a me. Per quanto riguarda quel concerto e le relative risposte, dato che lo spazio di un commento è un po’ angusto, è stato necessario un post dedicato. :]

  7. Cavoli che bel resoconto! ero al mare, non ho visto niente.. Bittersweet Symphony è fantastica, per almeno quattro mesi di fila l’ho ascoltata tutte le mattine per svegliarmi bene! Quell’estate i Verve dovevano suonare a Imola ma mi hanno bidonato il giorno prima 😦

  8. Come potrai immaginare Lucia, io Urban Hymns l’ho letteralmente consumato. Tanto è vero che ho dovuto comprarne una seconda copia! Sarebbe però ora che Ashcroft ci scodellasse qualcosa di nuovo, no?


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